22 gennaio 2017

"Eravamo pieni di speranza" - Stephen King racconta i ferventi anni della sua gioventù

Fedeli Lettori di Stephen King (e del blog) oggi vi parlo del lungo articolo scritto dallo Zio per il saggio Hearts in Suspension, un volume edito a novembre 2016 dall'Università del Maine in cui viene ricostruita attraverso ricordi e aneddoti la vita universitaria di King alla fine degli anni Sessanta, e che ho avuto il piacere di leggere nei mesi scorsi.




Un libro fortemente voluto da Jim Bishop, professore d'inglese di King all'epoca, che ne ha curato l'introduzione; il testo è arricchito da foto e testimonianze di amici e compagni di corso di Stephen King e celebra quel tormentato periodo storico allegando anche la novella Cuori in Atlantide (1999), una vera e propria versione romanzata degli anni passati al college.

Il pezzo firmato da Stephen King che troviamo in apertura s'intitola Five to One, One in Five, riprendendo un brano dei Doors del 1968 - Five to One - scritto da Jim Morrison e incluso nell'album Waiting for the Sun. Potete ascoltarlo cliccando qui.





Sin dalle prime battute lo Zio tiene a precisare la sua intenzione di parlare con il linguaggio dei ricordi e non delle "memorie", usando quindi le parole del cuore, procedendo quasi a braccio, e per forza di cose rischiando di risultare dispersivo e confuso.

Nella primavera del 1966 andò a visitare per la prima volta l'Università del Maine di Orono (UMO) con due suoi amici dell'ultimo anno di liceo, Louie e Lennie (menziona anche una ragazza noiosa che fece loro da guida...)
Grazie al National Defense Education Act ottenne un prestito per l'iscrizione al college; in quel periodo il giovane Stephen svolgeva piccoli lavori estivi e sua madre lo aiutava come poteva. Per un attimo ebbe l'idea che forse sarebbe stato meglio partire per la guerra in Vietnam, ma la madre ne fu terrorizzata: "Mi spezzerai il cuore", gli disse. Ma il problema non si pose, Stephen venne respinto alla visita medica: vista non buona e pressione troppo alta...

Lo Zio ammette di trovarsi in difficoltà ad autoanalizzare quello che sentiva dentro di sè all'epoca, dice di non essere portato per l'analisi interiore, ciò che non è scritto non andrebbe spiegato.
Si rende conto di quanto fosse furioso e arrabbiato ai tempi dell'Università (il romanzo Ossessione - "Rabbia" il titolo originale - è indicativo dei tormenti interiori del giovane Stephen). Nella propria stanza aveva appeso un poster di Humphrey Bogart in una posa da gangster con le pistole in mano: "La mia rabbia veniva fuori nelle mie storie, nei weekend, dopo essermi dedicato allo studio."

Ricorda quando, preda di un forte mal di testa, si rintanò in un angolo della Ford Room al 3° piano del Memorial Union e iniziò a scrivere un poema su dei tovaglioli, s'intitolava The Dark Man (mai pubblicato in italiano) e fu la genesi letteraria della figura di Randall Flagg (L'Uomo Nero). Stephen si sentiva solo, e la rabbia era per lui un carburante, amava l'oscurità. Ci si sentiva a casa.




Prima che gli assegnassero un compagno di stanza compilò un questionario, in base al quale scelsero evidentemente un tizio opposto a lui: un certo Harold Crosby, non fumatore che non suonava nessuno strumento musicale e che andava a letto presto, mentre gli altri giocavano a poker al 2° piano.

"Harold puliva sempre la sua metà della camera,
 la mia invece era un disastro." 

In quel periodo il nostro Stephen era politicamente vicino al pensiero repubblicano. "La prima volta che votai lo feci per Nixon. Mia moglie afferma: 'Nixon disse che aveva un piano, e Steve gli credette...' "
Ma col tempo iniziò ad avere dubbi sulla faccenda del Vietnam; il presidente Nixon aveva mentito, aveva in realtà in progetto una escalation di violenza. Harold gli aprì gli occhi su molte cose, gli Usa si stavano intromettendo in una guerra civile che non li riguardava. Lentamente lo Zio si sarebbe convertito al Partito Democratico.
Nel mezzo di un'estate, mentre faceva il bidello alla Brunswick High School (essenzialmente si limitava a togliere le cicche dai banchi) Stephen scoprì la vera tattica americana in Vietnam: il napalm usato come strumento di pace (secondo quanto dichiarò il presidente Johnson). A quel punto, King iniziò a chiedersi che senso avesse uccidere in nome della pace, e iniziò a partecipare ai numerosi sit-in di protesta.


The Maine Campus, 15 gennaio '70
Racconta poi un aneddoto, quando in un gelido mattino d'inverno (stordito dalla sbronza della notte precedente) venne svegliato di colpo dall'amico Frank Kadi, che gli chiese di posare in una foto con un fucile in mano per la copertina del Maine Campus, il giornale dell'Università. Sotto campeggiava il titolo "Studiate, dannazione!!".

"In quella foto sembravo davvero pazzo. Assomigliavo terribilmente a Charles Manson. Frank catturò qualcosa, quel giorno; la rabbia e lo spirito inquieto di un uomo che avrebbe creato Annie Wilkes e Pennywise il Clown."






Quegli anni furono segnati da fatti di sangue come l'assassinio del fratello di John F. Kennedy, Robert, e l'omicidio di Martin Luther King, dopo il quale scoppiarono rivolte in tutta l'America, ma la reazione dell'Università di Orono fu tiepida, smorzata. "La morte di Robert Kennedy mi sembrò differente" - scrive King - "Perchè era bianco? Sì. Perchè faceva parte della classe alta? Sì. E non mi sembrava possibile che subisse la stessa sorte del fratello John."

Stephen King - Maggio 1969
Una volta scoperto che Nixon era un bugiardo, King mise da parte la sua educazione repubblicana e si unì alle marce di protesta. Non era un leader, ma gestiva comunque una colonna del giornale del Campus, e la gente lo ascoltava.
"La mia vita da studente attivista culminò nella primavera del 1970, quando ci fu la tragedia della Kent State University [Ohio]".
Il 4 maggio la Guardia Nazionale degli Stati Uniti aprì il fuoco sugli studenti della Kent State che protestavano da giorni contro l'invasione della Cambogia decisa da Nixon il 1° maggio. Morirono quattro persone.

"Eravamo pieni di speranza, abbastanza giovani da credere di portare un cambiamento, eravamo la generazione del Peace&Love."






"Alla fine del semestre tagliai barba e capelli, 
volevo diventare uno scrittore, con tutto il mio cuore." 

Un cambio di look necessario, se voleva sperare di ottenere un posto come insegnante alla Hampden Academy. Caroline, una sua vecchia cugina, gli disse che il taglio di capelli è molto importante, e che se ne sarebbe accorto quando avrebbe dovuto cercarsi un impiego.
Ottenne un posto alla fine del 1971 (per due anni): "Credo che se fossi rimasto alla Hampden Academy avrei divorziato entro 6-7 anni e sarei morto da alcolista prima dei cinquant'anni. Sono riuscito a intraprendere la carriera di scrittore ben pagato grazie a una combinazione di talento e fortuna."

Attualmente King scrive più o meno dalle 8 di mattina fino anche al pomeriggio, ma durante l'Università dedicava solo un paio d'ore tra le 4 e le 6 del pomeriggio; dopo cena studiava, e solo prima di coricarsi leggeva.
Dopo l'Università ha continuato a inviare i suoi racconti brevi alle riviste per soli uomini. Nel '72 comincia a lavorare alla lavanderia di Bangor, si sposa e va a vivere con la moglie Tabitha e il primo figlio in un appartamento. "Tornavo a casa sempre stanco e puzzavo di candeggina, ma riuscivo lo stesso a scrivere" - dice lo Zio - "Molte storie nate in quel periodo sono finite poi nella raccolta A volte ritornano."

Negli ultimi anni di Università si era occupato ogni settimana della colonna del giornale studentesco, King's Garbage Truck ("Il camion della spazzatura di King"), dove scriveva recensioni di film, dischi ed eventi che però lo annoiavano molto. Virò quindi su articoli più umoristici. Divenne famoso nel college, ma a lui non importava.







Jim Bishop
Il Re passa poi in rassegna i professori che sono stati più importanti per la sua formazione. Il primo è Merton Ricker, insegnante d'inglese alla Lisbon Falls High School; poi Jim Bishop, che al primo tema dell'università gli diede C+ (una doccia fredda). Cita anche Burton Hatlen, insegnante di poesia da cui imparò il concetto della "polla dei miti" dalla quale arrivano tutti gli archetipi: "Un'idea che ha arricchito la mia esperienza di lettura e scrittura", scrive lo Zio.





Dopo aver letto Luce d'agosto di William Faulkner, King scrisse un racconto influenzato dallo stile di quel romanzo (Queen of Spades), e prese una bella A+. Ciò gli valse una raccomandazione del professor Holmes al suo agente di New York, Maurice Crain, a cui Stephen inviò La lunga marcia (storia che aveva scritto alla fine del '66). Il manoscritto fu respinto dalla Random House senza commenti.


Negli ultimi paragrafi King passa a raccontare alcune vicissitudini legate al suo avvicinamento all'alcol e alla droga, dipendenze di cui soffrirà per molti anni.

In un paio di occasionI fu addirittura arrestato in stato di ubriachezza. In quelle circostanze pensò a come si potesse sentire sua madre sapendolo in cella: "Pensare alla propria madre che piange mentre sei ubriaco è estremamente brutto." 
La prima volta venne assolto dal giudice, era stato beccato camminare ubriaco su un marciapiede, dopo che si era scolato più di un Long Island Ice Tea all'University Motor Inn.
La seconda volta, invece, si era riempito per bene lo stomaco di birra, ma decise di prendere lo stesso l'auto per tornare al suo appartamento. Lungo la strada avevano da poco riverniciato le strisce pedonali, ma non avevano tolto i coni, nonostante l'asfalto ormai fosse asciutto. Stephen, allora, da bravo cittadino, decise di offrire un servizio utile al paese e percorse tutte le vie raccattando su più di 40 coni... L'agente che lo fermò lo riconobbe, era lo stesso che l'aveva già arrestato la prima volta. Gli sorrise e lo salutò: "Hello, Steve." King fu condannato poi a pagare una multa di 500 dollari, facendosi prestare i soldi da un amico del campus.

Dall'alcol alla droga il passo è breve. Iniziò con la marijuana, e solo più tardi passò alla cocaina. Sperimentò anche LSD e mescalina, col timore che gli avrebbero fatto fare un bel salto dalla finestra.


Le battute conclusive del saggio ci fanno sentire tutta la malinconia di quegli anni che terminavano, quando molti compagni di corso se ne ritornavano chi dai parenti, chi dalle fidanzate (che poi avrebbero sposato). Canzoni come Five to One spiegavano molto di loro e definivano l'oscurità che li pervadeva.
"Eravamo nel pieno dei nostri vent'anni, e l'oscurità era lì. In parte era la guerra; in parte la sofferenza di lasciarci l'adolescenza alle spalle. 'Five to one, baby'. cantava Morrison in quelle sere in cui bevevamo e discutevamo molto creando poco. 'One in five. No one here gets out alive'  [Nessuno uscirà vivo da qui]. Lo sapevamo. Eravamo ubriachi, ma non stupidi."

"Ci laureammo nel giugno del 1970, mia madre pianse di gioia quando presi il pezzo di carta. Tre anni dopo sarebbe morta di cancro."

King e la madre Ruth

In greco nòstos significa "ritorno", e àlgos è il "dolore", la "sofferenza". Ed è proprio il dolore, la nost-algia del passato il sentimento che trasuda dalle parole del Nostro mentre ricorda persone e posti che fanno parte di un tempo che non c'è più, quando ancora doveva affacciarsi al mondo e diventare uomo: "Per me, ricordare gli anni del college è come mordere dello zucchero filato: riempie la bocca, ma si scioglie quasi subito. Lasciando un persistente retrogusto dolce."
King riflette su tutte le convizioni errate della sua gioventù. Credeva di aver trovato l'amore con la sua fidanzata del liceo. Credeva che Sword in the Darkness (romanzo giovanile mai pubblicato) sarebbe diventato un best-seller pluripremiato. Credeva nella guerra in Vietnam, e poi non più. Credeva di poter cambiare l'America, o il mondo.

Comunque siano andate le cose, un fatto è certo: come dice lo Zio "La narrativa ha il potere di cambiare la vita". Continuate a leggere Stephen King. Noi ci rivediamo in Atlantide, per una partita a Cuori...

Lunghi giorni e piacevoli notti
                                                Maurizio

King alla presentazione del libro, 7 novembre 2016


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